Svanisce la tempesta, e m’addoloro


 

Svanisce la tempesta, e m’addoloro:
più non è nero il cielo irrequieto
che di tristi sfumature cantavo
e nutrivo le scrivanie della mente.

 

E già le nubi si sfaldano poco a poco;
un sasso nella memoria si depone
tra un imbrunire e un bianco viale
dei giorni felici sull’eremo delle mura.

 

Amato e amante dei miei neri peccati,
condanna e assoluzione delle rovine
obbligato a perpetuarmi nascosto
dove scorrono ancora fiumi e inganni.

 

Col cuore d’infante mi è spensierato
l’attraversare altre sponde rifatte,
a ricucire le ferite dei fiori in primavera
nei giorni in cui rivive la tempesta.

Abbandono i tetri luoghi immaginari.
E come l’aere che fende il vuoto,
tornerò incerto a illudere la morte
brandendo fortezze mai espugnate.

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